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Attacco cardiaco fatale per Morosini. Si poteva prevenire? 1 -

Attacco cardiaco fatale per Morosini. Si poteva prevenire?

Attacco cardiaco fatale per Morosini. Si poteva prevenire? 2 -

 

Secondo il Journal of the American College of Cardiology, gli atleti che si esercitano per tre ore o più, hanno una maggiore probabilità di morire per arresto cardiaco.

In particolare si stima che su 50.000 atleti, uno può morire per infarto durante l’attività fisica prolungata (1).

E’ quanto è accaduto recentemente al venticinquenne centrocampista del Livorno Piermario Morosini, al giocatore di pallavvolo Vigor Bovolenta, all’atleta giapponese Matsuda nel 2011, al camerunense Foè, all’italiano Renato Curi durante la partita Perugia – Juventus del 1977.

L’infarto è quasi come un cecchino che colpisce nel mucchio.  Nell’aprile 2011 Nicola Pasquini di 21 anni si salva grazie al pronto intervento dei compagni. Salvo per un pelo anche l’atleta Bolton Muamba a marzo del 2012.

Un atleta colpito da arresto cardiaco ha più possibilità di sopravvivere se sul posto interviene qualcuno in grado di praticare immediatamente azioni di prontosoccorso per impedire alla lingua di ostruire le vie respiratorie, e naturalmente se c’è un defibrillatore.

Sembra paradossale che un atleta allenato e nel pieno delle proprie forze possa subire un attacco cardiaco.

Alcuni ricercatori austriaci parlano di danni cardiaci sub-clinici (latenti) per cui si verifica la morte delle cellule muscolari cardiache; tuttavia nel loro studio, i meccanismi alla base di tale danno rimangono sconosciuti.(2)

Di tutt’altro avviso invece sembra il Dr. M. Rath, che spiega l’insorgenza dell’infarto miocardico come conseguenza di 2 fattori concomitanti: lo stress meccanico e la fragilità delle pareti arteriose.

L’azione del continuo pompaggio del cuore fa in modo che le arterie coronarie siano le zone maggiormente sottoposte a stress meccanico, rispetto a tutto il sistema vascolare.

Nella maggior parte degli animali lo stress viene compensato da una elevata produzione di vitamina C da parte del fegato.  Prova di ciò è il fatto che conigli, topi, gatti, cani, orsi e la maggior parte degli animali presenti sulla terra non soffrono di attacchi cardiaci, ictus o problemi cardiovascolari.

Gli esseri umani, insieme a scimmie e porcellini d’india, devono invece assumere le vitamina C attraverso l’alimentazione.

La vitamina C ha un ruolo chiave nel mantenere elestiche e forti le pareti arteriose, in quanto la sua presenza è essenziale nella formazione del collagene.

Le arterie, proprio per effetto del pompaggio cardiaco sono sottoposte ad uno stress più elevato rispetto ai vasi venosi, per i quali di fatto non esiste la venosclerosi.

Secondo gli studi del Dr Rath un adeguato apporto di vitamina C insieme a sufficienti quantità di aminoacidi lisina e prolina, antiossidanti, vitamina E, rame e glucosamina oltre a proteggerci dall’infarto cardiaco, dall’ictus e dall’aterosclerosi, aiutano le cellule muscolari a produrre il collagene sufficiente e necessario a garantire la resistenza delle arterie coronarie.

In caso di carenze anche minime l’elasticità e la resistenza del cuore può essere compromessa fino a provocare l’arresto cardiaco. Per ulteriori informazioni, contatti, documentazioni medico scientifiche, scrivi a comemigliorare[@]gmail.com.

Riferimenti

1. Journal of the American College of Cardiology, Vol. 28, pp 428-431, 1996

2. American Journal of Cardiology, vol 87, pp 369-371, 2000

http://www4it.dr-rath-foundation.org/biblioteca/pubblicazioni_scientifiche/dr_rath/index.html

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